Mi sono alzato tatatatatatatatatatatatatata
mi son vestito tatatatatatatatatatatatatata
e sono uscito solo solo per la strada tatatatatatatatatatatatatata
Ho camminato a lungo senza meta tatatatatatatatatatatatatata
finché ho sentito cantare in un bar tatatatatatatatatatatatatata
finché ho sentito cantare in un bar. tatatatatatatatatatatatatata
Canzoni e fumo tatatatatatatatatatatatatata
ed allegria tatatatatatatatatatatatatata
io ti ringrazio sconosciuta compagnia tatatatatatatatatatatatatata.
Non so nemmeno chi è stato a darmi un fiore tatatatatatatatatatatatatata
Ma so che sento più caldo il mio cuorrrr tatatatatatatatatatatatatata
So che sento più caldo il mio cuorrrrrrrrr sììììì
tatatatatatatatatatatatatata
Felicitààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààà. Ti ho perso ieri ed oggi ti ritrovo giààààààààààààààààààààààààààààà
Tristezza vaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
una canzone il tuo posto prenderààà
Abbiam bevuto tatatatatatatatatatatatatata
e poi ballato tatatatatatatatatatatatatata
è mai possibile che ti abbia già scordato? tatatatatatatatatatatatatata
Eppure ieri morivo di doloooreeee tatatatatatatatatatatatatata
ed oggi canta di nuovo il mio cuorrrrrrrrrrrrrrrrrr tatatatatatatatatatatatatata
oggi canta di nuovo il mio cuorrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr sìììììì
tatatatatatatatatatatatatata. Felicitààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààà Ti ho perso ieri ed oggi ti ritrovo giààààààà
Tristezza vaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa una canzone il tuo posto prenderààààà
titititititititititiiiiiiiiiiiiiiiiiitititttiiiiiiiiititiiiiiiiiiiitiitititititititiiiiiiiiitititittttttititittititititititititiititititiitititi.
Felicitààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààààà.
Bhé che c'é? Che se io qualche atto impuro l'ho anche commesso, o che so, magari tutta tutta la verità non sempre mi é uscita fuori (e un pò mi é rimasta dentro), che , per caso merito cose brutte? No, perché se merito il male e le peggior cose...e di piangere e strepitare e che gli occhi dal blu mi passino al rosso...insomma ditelo che una soluzione ce l'ho.
p.s.
Ma l'ho notato solo io o é proprio entrato di moda il linguaggio paratattico che se non ti adegui sei out? Ma tanto poi passa...é come il tatuaggio della lucertola...passa passa...che succederà che uno che c'ha la lucertola preferirebbe averci un elefante piuttosto che quella min**ia di lucertola (o geco...che é quel coso?).
Forse mi faccio la lucertola sulla pancia e la metto al sole, che si sa che le lucertole al sole ci stanno come i pesci nell'acqua.
sabato 1 settembre 2007
giovedì 30 agosto 2007
Un whisky con ghiaccio....fallo doppio, vah
Questa sera sono così fragile che per un pò ho persino guardato il tramonto. E ho messo su un paio di canzoncine di quelle che fanno male solo a leggerne il titolo. Una é un tempo piccolo del maestro Califano, quello per cui le donne sono un cabaret di pasticcini. ......dipinsi l’anima su tela anonima....diventai un albero per oscillare.....dai, é roba grossa. L’altra parla di un tipo che io ho sempre creduto essere una tipa...una roba brutta. Poi dopo aver rimirato il tramonto ho rimirato per cinque minuti buoni la mia immagine riflessa nel vetro. Se avessi avuto il calibro per il cranio del Lombroso avrei cercato dei tratti distintivi della mia fragilità ma niente, il calibro non ce l’avevo. Boh, forse mi sto trasformando in una donna e non lo so ancora. Comunque, nel caso, sarei una donna a cui piacciono le donne (sta cosa tecnicamente ha un nome ma preferisco non scriverla per non offendere nessuno...perché dopo dicono che non si chiamano così ma si chiamano nell’altro modo e si riuniscono in un’associazione...e allora io non scrivo niente). Oppure ho una malattia che andrebbe a genio ad House con l’incoveniente di subire una morte apparente e diventare un topo da esperimento. Magari bevessi superalcolici, così andrei dal mio barman di fiducia e picchiando sul bancone ordinerei un whisky con ghiaccio. Poi mi guarderei in giro e gli farei capire, con uno sguardo, di prepararne uno anche per la bellona che mi si é seduta a fianco. E intanto il pianista, che con le mani in mano non sa stare, ha attaccato con...you must remember this, a kiss is still a kiss........as time goes by (dai, é quella di suonala ancora sam, casablanca). La cosa che mi ha steso più di tutte é che l’omino che si occupa dei miei capelli è andato in ferie. E io mi son comprato una macchinetta per i capelli della Braun; forse la uso. L’intenzione é di creare un effetto Taxy driver. Faccio la faccia cattiva di De Niro e me li rado. Ci penso ancora un pò e poi forse lo faccio.
mercoledì 29 agosto 2007
Kabuki - sindrome della maschera
Vorrei che il mio medico curante fosse il dottor house, anche perché il mio attuale medico assomiglia a hitler. Non scherzo, é la fotocopia del famoso tiranno (baffetti a scopetta compresi). Se all’ascolto c’é un informatore farmaceutico della provincia di ravenna sa benissimo di chi sto parlando. E poi va in bicicletta come me; questo significa che non siamo complementari e per la diagnosi delle malattie la non complementarietà è un disastro. Ha anche paura di toccare le persone. Ti osserva solamente e fa la diagnosi con lo sguardo. Ha un mucchietto enorme di bastoncini per abbassare la lingua e una stampante piccolissima con la quale stampa le ricette. Il dottor house, invece, sarà anche un pezzo di mer*a ma il suo lavoro lo fa e alla grande. E’ vero che a volte si fa prendere la mano però bisogna capirlo perché ha male a una gamba. Solo che il dottor house cura quelli che hanno malattie rarissime. Gli altri non gli interessano. Piuttosto che curare quelli con malattie normali tipo la polmonite o i calcoli gioca alla playstation o rotea il suo bastone per i corridoi dell’ospedale. Per questo stavo pensando a quale malattia rara posso avere. Perché di sintomi ne ho tanti. Non si scherza su queste cose, lo so, ma sono un pò ipocondriaco e ogni tanto mi viene in mente che potrei avere una malattia rara, ed é per quello che gli altri non mi capiscono. Una volta uno che era andato dal dottor house era disperato perché aveva girato un casino di ospedali e nessuno l’aveva guarito. Al dottor house s’erano illuminati gli occhi e a quello lì aveva cominciato a fare una sequela di esperimenti fino a portarlo alla morte apparente per poi riprenderlo per i capelli e riportarlo alla vita. Alla fine gli aveva detto che era carente di ornitina transcarbamilasi. Insomma per guarire era sufficiente che smettesse di mangiare bistecche. Tutto qui. E il bello del dottor house é proprio questo che alla fine tutto finisce in una bolla di sapone. Sto guardando un elenco di malattie rare, l’unica che non ha un nome incomprensibile é Kabuki – sindrome della maschera. Il kabuki é il teatro giapponese e questa malattia ti fa assomigliare a un attore di kabuki...come se avessi una maschera di trucco. Non ve la sto a spiegare nei dettagli: é una malattia tremenda e il suo nome conciliante frega. Tuttalpiù potrei avere una malattia provocata dalle formiche volanti. Ne sto mangiando a chili in questo periodo perché vado in bicicletta lungo i fiumi. Le loro regine in questi giorni le stanno portando fuori dalla reggia perché é arrivato il momento di volare. E le fanno volare soprattutto sui fiumi. E visto che io sono un ragazzo di fiume pedalo spesso in mezzo a questi nugoli. E, se sono in debito di ossigeno, mi si apre una piccola fessurina nella bocca. E da lì entrano le formiche volanti. Il dottor house é appassionato di malattie procurate da animali esotici...può darsi che le formiche volanti gli vadano a genio.
martedì 28 agosto 2007
Ah! Bobby Jean nel senso di Bobby...Jean
Via, fuori gli scheletri dall'armadio. Bobby Jean di Bruce Springsteen da quando mondo é mondo smuove in me uno spontaneo moto di commozione. Ho sempre creduto che Bobby Jean fosse una donna, oggi ho scoperto che é/era un uomo. Niente di male, ma ha cominciato a sanguinarmi il naso...
Un posto disordinato
Sono stato in un posto che lascia dentro una sensazione di disordine e che quando te ne vai ti restano situazioni aperte con te stesso e con gli altri. E' un posto che non é proprio un posto di mare anche se ci sono ombrelloni aperti in qua e in là, di quelli di stoffa a bande colorate ma anche di quelli sfrangiati a fibre di cocco, un pò aperti e un pò chiusi, con le ciabatte di uno che chissà perché vanno a finire sotto il mio ombrellone e le mie che cercano l'ombra del lettino di un altro. Non sarebbe male come posto ma ad un certo punto del pomeriggio ti viene addosso l'ombra della montagna e allora se volevi prendere il sole ti tocca prendere su le tue cose e spostarti un pò più in là; ma se sei come me, l'ombra della montagna ti fa una pi**a perché io sono amico dell'ombra, tranne quando vado in bicicletta che sono amico del sole (ma senza esagerare). E ad un certo punto della giornata il chiacchiericcio si spegne e cala un grande silenzio, e chi non é abituato a questo tremendo silenzio parla per combattere la paura e parla anche forte per coprire più possibile quel silenzio. E durante quell'ora in cui nessuno fa beo sembra che la regola sia guardare verso il mare come se nel continente che sta al di là dell'orizzonte ci fosse colui/ei che ti ha rubato il cuore ma che per ora non può tornare o tu non puoi andare. E se hai fame ci sono solo ristorantini sulla sabbia che sembra li abbiano portati lì direttamente dagli anni cinquanta o anche prima. Che li abbiano caricati tutti interi su di un camion e poi li abbiano portati lì. Con le panche di legno e i tavoli di legno corrosi dalla sabbia che di così belli li avevo visti solo a Praga. E poi il tettuccio della veranda é fatto di tante canne sottili legate , e anche le barriere contro la sabbia sono uguali al tettuccio anche se messe in verticale. Ma tanto la sabbia entra lo stesso. E quando vai via da quel posto un pò di sabbia é entrata anche dentro di te e non ti lascia più tranquillo. E sempre in quel posto il mare un pò viene e un pò va come se non fosse tanto sicuro su cosa fare. Insomma é un posto da prendere con le molle e va bene per persone che un certo equilibrio lo hanno già raggiunto, non per quelle che si trovano con il baricentro che cade al di fuori della propria persona. Perché se il grande silenzio ti coglie con il baricentro di fuori, bhé amico, sei davvero nella merda come se avessi un alien nella pancia.
p.s.1: per le formiche volanti
ve lo dico in amicizia, però...andate tutte a fancu*o!
p.s.2: per chi so io e per chi sa lei
senti carissima io le cosine che ti do, i film che ti do e l'altra robina te li do perché mi va e non perché voglio che tu ogni volta mi dai un regalino o roba del genere...non che non mi faccia piacere però sai di che brutta razza sono fatto e così mi metti a disagio, fai la bravina dai.
E anche se non scrivi niente lo so che tanto leggi...
p.s.1: per le formiche volanti
ve lo dico in amicizia, però...andate tutte a fancu*o!
p.s.2: per chi so io e per chi sa lei
senti carissima io le cosine che ti do, i film che ti do e l'altra robina te li do perché mi va e non perché voglio che tu ogni volta mi dai un regalino o roba del genere...non che non mi faccia piacere però sai di che brutta razza sono fatto e così mi metti a disagio, fai la bravina dai.
E anche se non scrivi niente lo so che tanto leggi...
venerdì 24 agosto 2007
Memorie di un bambino comunista
Lo ammetto...sono stato un bambino comunista. Crescere all’ombra del glorioso e monolitico partito comunista italiano, p.c.i. per i compagni, era quasi come avere due padri...di cui uno ti dava la paghetta e l’altro ti rubava il tempo (ma a fin di bene). E badate, un conto é fare il bambino comunista nelle altre 19 regioni e un conto é farlo in romagna. Chi é nato qui, e ama questo posto sa che ci sono cinque o sei cose dalle quali non si può prescindere e tra queste ci sono le feste dell’unità. E io di feste dell’unità ne so qualcosa. Se sei il figlio di colui che rappresenta il partito nel tuo paese, bhé, devi comportarti in modo consono. A sei anni, la domenica mattina, diffondevo l’Unità con mio padre. In pratica si andava dall’edicolante del paese, che pure lui era un sovversivo, e si pigliava la materia prima. Da uno scantinato l’omino dei giornali tirava fuori una pila di quotidiani del partito freschi di stampa. Sembrava che ci consegnasse una cassa di fucili a ripetizione. Poi si andava di casa in casa a far pressione sulla gente perché acquistasse il giornale...ed io ero l’arma segreta per muovere a compassione le azdore romagnole. Di solito funzionava perché, al tempo, avevo il phisique du role del bambino della pubblicità dell’orzobimbo (quello con il caschetto d’oro che sembrava uno dei Bradford). Poi alle dieci mio padre mi portava a casa perché alle undici dovevo andare a messa. Un quarto d’ora mi ci voleva solo per lavare le mani che erano nere dall’inchiostro dei giornali. A 8 anni mi aggiravo, guanti alla mano, per i piazzali romagnoli con morsetti e tubi innocenti per montare gli stand delle feste dell’unità. Spostare lamiere, facendo attenzione a non tagliarsi, indicare al tizio in cima alla torre di tubolari dell’entrata dove collocare le bandiere...mi sentivo l’architetto del mondo. Che tempi!. Sì, ma mica partecipavo solo alla festa del mio paese...col cavolo; se qualcuno dei paesi in giro aveva bisogno di una mano si andava...d’altronde si era compagni mica per niente. L’intervento più disperato lo si fece a Cannuzzo...un paesino, che se la romagna la si considera come il mondo, si trova proprio in cu*o al mondo. La mattina del giorno stesso in cui la festa doveva cominciare quelli di Cannuzzo telefonano alla nostra sezione che sono disperati e non sanno come fare e altre robe così. E noi che altro si può fare? Si va. Il viaggio l’ho fatto con due tizi di cui quello che guidava era il latinlover del mio paese. Si era su un furgoncino scassato pieno di lamiere, casse di morsetti e roba così. Che ad una prima occhiata si poteva pure scambiare per il camioncino del robivecchi. Insomma, questo qua che guidava suonava ad ogni signora o signorina in bicicletta o ferma da qualche parte. Metteva fuori la testa dal finestrino, fischiava e altre amenità del genere. Poi mi diceva come si doveva fare con le donne, le mosse segrete e via discorrendo. E io mi vergognavo anche un pò. Insomma tra ca**i e sdazzi siamo arrivati là a mezzogiorno. Questi di Cannuzzo erano arrivati a montare neanche mezza festa...ma io dico...darsi una mossa prima no? Dopo un pò il latinlover era già in cima ad un castello di tubolari a torso nudo per farsi vedere dalle signore di Cannuzzo. E urlava di lanciargli dei morsetti. Quelli del mio paese ridevano perché lo conoscevano bene. Finimmo di montare gli stand un’ora prima che la festa cominciasse con una sudata di quelle da leggenda. Quel giorno telefonai per la prima volta da una cabina. Mio padre mi diede un gettone, di quelli di una volta...quelli belli gialloni con due scanalature da una parte e una dall’altra. Quando dissi a mia madre che avremmo fatto un pò tardi lei si scaldò subito dicendo che mio padre era un irresponsabile e robe così. Ma io quella sera mi sentivo proprio bene.
giovedì 23 agosto 2007
Come un'anguilla nella bacinella (1)
A quel tempo portavo i capelli con la riga nel mezzo, del tipo un pò di capelli di qua e un pò di capelli di là. Ma erano così fitti che quasi subito la riga scompariva e ne restava solo un’impronta. Me li pettinava mia mamma o almeno cercava di farlo; passandoci la spazzola così forte come cardasse un panno di lana. Ho sempre pensato che pettinare i miei capelli fosse una perdita di tempo e così più che buttarci sopra un pò d’acqua non facevo, anche perché dalle sopracciglia in su assomigliavo a James Dean in Gioventù bruciata. E onestamente la cosa mi stava bene così.
La settimana nera, il 1929 dei miei 13 anni, esplose come un fulmine a ciel sereno in un freddo mattino di primavera. Un mattino terso, pieno di nuvolette bianche e di tanto cielo azzurro. Un mattino ideale, un mattino che meriterebbe di essere vissuto a cuor sereno; e invece...
Me ne stavo tranquillo, seduto al mio banco, a tormentare con la punta della matita il vero amore dei miei 13 anni: una ragazzina dai capelli lunghi, neri e crespi che dominava il mio cuore come Pantani spianava le salite. La quasi totalità delle ore di lezione la passavo a fissare la schiena di quella ragazzina, a pungerla, a molestarla, a tirarle palline di carta...insomma, a dimostrarle il mio amore. E lei, che stupida non era, lo aveva capito. Per farla corta, quel lunedì mattina quando mancava ancora un quarto alle otto il mondo mi crollò addosso e in un secondo piombai nell’età adulta (con tutto quello che ne consegue). Arrivò in classe nostra una tipa mai vista e mai conosciuta con un passo da bersagliere e una missione da compiere, glielo si leggeva negli occhi. Parlottò con qualcuno e quel qualcuno le indicò me. Non capivo. Lei si avvicinò risoluta e risoluta mi comunicò la sua inappellabile verità: da quel momento io e una certa Barbara di III C stavamo insieme, insomma eravamo ragazzo e ragazza, forse fidanzati o addirittura amanti. L’età dell’innocenza, per me, si chiudeva lì. Non sto a dirvi che quella tal Barbara di IIIC io non sapevo neppure com’era fatta. Provai a sottrarmi a quel destino, a fare delle rimostranze, a cercare solidarietà nello sguardo di chi mi stava intorno. La solidarietà negli esseri umani di 13 anni é pura fantasia e così tra urla e ghignate mi inchiodarono alle mie responsabilità: e giù a dire che ormai non era più tempo di giochi, che a lei piacevo, che era ora di metter su famiglia e altre facezie del genere. Mi sentivo come un’anguilla nella bacinella.
La settimana nera, il 1929 dei miei 13 anni, esplose come un fulmine a ciel sereno in un freddo mattino di primavera. Un mattino terso, pieno di nuvolette bianche e di tanto cielo azzurro. Un mattino ideale, un mattino che meriterebbe di essere vissuto a cuor sereno; e invece...
Me ne stavo tranquillo, seduto al mio banco, a tormentare con la punta della matita il vero amore dei miei 13 anni: una ragazzina dai capelli lunghi, neri e crespi che dominava il mio cuore come Pantani spianava le salite. La quasi totalità delle ore di lezione la passavo a fissare la schiena di quella ragazzina, a pungerla, a molestarla, a tirarle palline di carta...insomma, a dimostrarle il mio amore. E lei, che stupida non era, lo aveva capito. Per farla corta, quel lunedì mattina quando mancava ancora un quarto alle otto il mondo mi crollò addosso e in un secondo piombai nell’età adulta (con tutto quello che ne consegue). Arrivò in classe nostra una tipa mai vista e mai conosciuta con un passo da bersagliere e una missione da compiere, glielo si leggeva negli occhi. Parlottò con qualcuno e quel qualcuno le indicò me. Non capivo. Lei si avvicinò risoluta e risoluta mi comunicò la sua inappellabile verità: da quel momento io e una certa Barbara di III C stavamo insieme, insomma eravamo ragazzo e ragazza, forse fidanzati o addirittura amanti. L’età dell’innocenza, per me, si chiudeva lì. Non sto a dirvi che quella tal Barbara di IIIC io non sapevo neppure com’era fatta. Provai a sottrarmi a quel destino, a fare delle rimostranze, a cercare solidarietà nello sguardo di chi mi stava intorno. La solidarietà negli esseri umani di 13 anni é pura fantasia e così tra urla e ghignate mi inchiodarono alle mie responsabilità: e giù a dire che ormai non era più tempo di giochi, che a lei piacevo, che era ora di metter su famiglia e altre facezie del genere. Mi sentivo come un’anguilla nella bacinella.
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